– da Globalist Syndication, redazione –

Alessandro Agostinelli
Come si fa ad arrivare in Monferrato se a Genova il ponte Morandi è crollato? È semplice: si gira prima. Si prende per Milano e si va su verso Alessandria. Guidare sulle autostrade liguri di questi tempi è strano. Sembra come essere a Sarajevo dopo la guerra: nonostante tutto era il posto più sicuro al mondo. Idem sulle autostrade liguri. Non ci sono mai stati tanti lavori di manutenzione come adesso. Nel Belpaese si fa così: si arriva sempre dopo la tragedia.

Le famiglie del Nizza
Esistono luoghi in Italia per i quali il fatto che siano ancor oggi abitati, si può spiegare soltanto con l’attaccamento degli abitanti alla casa dei padri. Sì, perché il Monferrato è stato per molto tempo il cugino sfigato delle Langhe, dove tutti andavano a mangiare e a bere due tra i vini italiani più pregiati, il Barolo e il Barbaresco. Qui invece, sulle colline più a sud, quelle della Barbera, gli espertoni del buon bere non si avvicinavano troppo perché snobbavano luoghi e vitigno. Eppure, nell’ultimo lustro la tenacia della gente di queste parti ha vinto. E io ne ho incontrati tanti di figli e nipoti che con determinazione proseguono a coltivare la vite nelle vigne di famiglia. Ma non solo.
Adesso le colline del Monferrato e alcune cantine sotterranee sono tutelate dall’Unesco. Questa novità ha fatto sì che tanti turisti, soprattutto dal nord Europa, cominciassero a venire in questa parte di Piemonte.

Il Nizza per il territorio
Siamo a dormire in una vecchia cascina, alla Tenuta La Romana, dove la riqualificazione dell’intero stabile a residenza turistica è stata molto efficace. Qui, tutto intorno, si distendono le vigne a perdita d’occhio, come nella canzone di Battisti-Mogol.
La terra di queste zone è calcarea, cioè è tutto tufo, dal piemontese tuf che significa proprio il colore grigio chiaro delle zolle presenti su questo piccoli rilievi, originati da un innalzamento del fondale marino in ere geologiche passate. Infatti, scavando queste terre è facile trovare piccoli fossili marini e piccole conchiglie. Questo tipo di terreno dà alle viti un giaciglio di particolare consistenza. Ne sa qualcosa Daniele Chiappone che conosce questi terreni come le sue tasche e ha preso le redini dell’azienda Erede di Chiappone Armando che fu messa in piedi decenni fa dal nonno e poi portata avanti dal babbo Franco e ora da lui, insieme alla sorella Michela – ma qui tutti sostengono che a comandare sia la mamma, la signora Diliana, che sembra cucini pure come Dio sceso in Terra. I suoi vini sono l’emblema della determinazione di questi luoghi e di questa generazione di viticoltori. A parte il buon bianco Angel e la barbera da pasto quotidiano Brentura (ispirato ai trasportatori dell’uva, i brentan), l’enologo Daniele Chiappone ha generato un vino di 16 gradi che si chiama Ru e sembra un puledro che scalcia: diretto, forte, persistente.

Il Ru è un Nizza, la nuova Docg che questo gruppo di viticoltori hanno voluto con determinazione per distinguersi dal Barbera d’Asti classico. E il Nizza è un vino che è una scusa per parlare del territorio: una scusa di grande valore, ma certo la necessità dei produttori di far crescere non solo le loro aziende ma anche tutta la zona. Questa idea e questo vino nasce tra il 1990 e il 2000 dalla follia di alcuni produttori. A fine anni Novanta Chiappone e Morino scrivono il Manifesto del Nizza. Da quel momento la storia comincia a girare in un’altra maniera. Si tengono riunioni tra produttori, tra i sindaci, tra i cittadini. Ci sono state molte tensioni per decidere di fare la Docg Nizza, c’era chi tirava avanti e chi tirava indietro. Qualche sindaco voleva chiamare il vino non Nizza, ma col nome del suo Comune. Non sono stati momenti semplici da sbrogliare.
Assaggiamo questi vini pasteggiando all’osteria Bun Ben Bon che in dialetto vuol dire “molto buono”. Lo chef è Daniele Onesti è il rapporto qualità/prezzo di questo desco è strepitoso. Abbiamo assaggiato saporite frittatine di erbe spontanee; dei tagliolini al ristretto di Nizza, cioè il vino messo in casseruola e fatto cuocere per tre ore, un piatto squisito e di carattere; ravioli ai tre arrosti stufati per una mattina intera; tagliatelle ai porcini a cui vengono aggiunti dei finferli. La torta alle nocciole senza farina è la degna conclusione di un ottimo pranzo.

La Docg Nizza
Uno dei padri della bella notizia che risale al 2013, cioè la fondazione della Docg, è stato un signore di un’altra generazione rispetto a questi cinquantenni e quarantenni. Sto parlando di Michele Chiarlo, il capostipite di una popolazione di gentili testardi di professione. Michele Chiarlo ha la sede principale dell’azienda a Calamandrana. L’edificio dall’esterno è un giardino verticale con un bellissimo impatto visivo. All’interno hanno costruito una passerella di oltre 150 metri che vede sulla sinistra gli uffici e sulla destra una enorme vetrata dove si possono vedere tutti i vari processi di vinificazione semplicemente camminando. Chiarlo ha dato la spinta al Nizza, cioè al disciplinare del Nizza attraverso sue conoscenze romane, in modo da poter avere una Docg stretta, cioè rigorosa che raccogliesse le eccellenze del Monferrato. E di eccellenze Chiarlo se ne intende perché nel suo paradiso terrestre che sono le “mammelle”, cioè due colline che ha acquistato recentemente, questo signore di campagna ha generato un moltiplicatore di bellezza, chiamando alcuni amici artisti, come Ugo Nespolo e Lele Luzzati, a fabbricare opere d’arte nella vigna.
Da quel momento poco meno di una ventina di produttori si è imbarcata in questo progetto e ha cominciato, appena avuti i permessi, a produrre il Nizza. Dal 2013 a oggi sono quasi sessanti i produttori che hanno aderito al disciplinare, si sono messi a fare il Nizza e convergono tutti insieme nell’Associazione produttori del Nizza, che insieme all’Enoteca regionale di Nizza Monferrato è il vero motore promozionale di questo vino schietto e di carattere. Mauro Damerio, il presidente dell’Enoteca, sostiene che proprio qui si fa turismo, che l’Enoteca non è soltanto il luogo dove si assaggia e si compra il vino, ma anche il posto sempre aperto dove chiunque può arrivare e ricevere tutte le informazioni sul territorio.
Si tratta di un esercizio di accoglienza che posso testimoniare come tra i migliori ricevuti in tanti anni di reportage. Il trucco del loro successo è proprio l’entusiasmo nel raccontare questa terra, la passione del loro lavoro e l’amore per il vino. Damerio infatti mi dice che l’Enoteca è come la tavola di Re Artù, dove non ci sono re o principi, ma soltanto amici e colleghi che mirano a rendere sempre migliori queste colline. Hanno lavorato duro per migliorarsi anche tra loro. Una volta hanno deciso di piantarla con le discussioni su quale fosse il miglior Nizza e parlare alle spalle l’uno dell’altro. Si sono trovati al ristorante dell’Enoteca (dove adesso siamo a cena) e hanno deciso di fare una degustazione al buio di tutti i Nizza dei produttori. Ma la degustazione era soltanto per i produttori stessi. È stato un bagno di umiltà. Qualcuno ha dovuto ammettere che il vino di quel produttore era davvero buono, forse più del proprio. Questa prova è stata una chiave di volta per un impegno sempre più assiduo verso la qualità, da parte di tutti.

Il Museo del Gusto
Su una delle direttrici principali della cittadina di Nizza Monferrato, via Pio Corsi, troviamo il produttore di farinata di ceci Tantì che continua a fare una torta di ceci salata che vende anche in confezione casalinga: è molto buona e facile da cucinare. Di fronte al loro ristorante c’è il resort La Canonica che era sul serio una vecchia canonica e ora è diventato un hotel de charme di rara bellezza.
Il ristorante dell’Enoteca si chiama La Signora in Rosso e mentre ci sediamo seguendo le indicazioni del ristoratore, Flavio Mastrazzo, vediamo che in una sala ci sono un folto gruppo di degustatori e venditori tedeschi e giapponesi che stanno imparando specifiche e dettagli sul Nizza. A tavola facciamo la conoscenza di Fiorella Bianco, la produttrice della Fratelli Bianco. Sono “barberisti” da sempre, come tiene a sottolineare lei stessa, ma fanno anche un ottimo moscato. Lavorano molto con la Germania, dove vendono molte bottiglie di Gavi di Gavi e di Roero Arneis. L’azienda è nata nel 1930 per merito del bisnonno Giovanni Bianco e adesso è gestita da Fiorella col cugino Corrado. La cena offre una squisita tagliata di Fassona e dei cardi saltati meravigliosi. Sì perché questa è la terra anche dei cardi: ci sono in grande quantità e sono di una qualità eccelsa.
Nello stabile dell’Enoteca e del ristorante, cioè Palazzo Cova, c’è anche il Museo del Gusto, una piccola esposizione che ogni giorno le guide Denise Grea ed Elisa Gioanola sanno aprire in ogni storia e in ciascuna tematica di produzione agricola della zona, in modo avvincente per chi riesce a seguire questo breve percorso di cinque stanze dense di reperti e informazioni.

La carne e i salumi
Pensare che fino a trenta anni fa Nizza era solo il centro (e in parte lo è ancora) della produzione di carni. Mentre adesso la varietà produttiva nel settore enogastronomico e alimentare è di gran lunga ampliata. Comunque si continua a produrre tutte le parti della razza bovina piemontese, tendenzialmente coscia di femmine perché sono carni fini, con poco nerbo e molto muscolo, finanziera e frattaglie, bollito misto (gallina, salamini di maiale, testina, musetto, scaramella, muscolo, piano, coda, lingua), brasati, arrosti. E soprattutto salame e salame cotto, come quello della ditta Bona. Qui fanno il miglior salame cotto del Piemonte, ma anche prodotti più di nicchia come il salame crudo al vino Nizza e salame crudo alla nocciola IGP di Castino. Entriamo nel Salumificio Gianni Bona e insieme al proprietario troviamo un vecchio signore di circa 80 anni, Carlo. Lui fin da piccolo ha lavorato nelle aziende del Monferrato che producevano salumi e adesso continua per passione questo lavoro, così ci mostra tutte le fasi della lavorazione per fare il salame cotto: due ore di certosina passione e di fragranze e aromi che vanno a condire la carne di maiale.
Poi si sale a Moasca, un piccolissimo Comune della cinta monferratese e si entra nel castello che domina le vallate circostanti. Qui dentro c’è il ristorante (chiamato “garden winery restaurant”) Tra il cielo e la terra dove pranziamo insieme a Elio Pescarmona. Direttore generale della Cantina Tre Secoli, cioè una cooperativa di viticoltori piemontesi che producono anche il Nizza. Insieme a lui assaggiamo il loro rosso di 14 gradi e mezzo armonico e con un’etichetta graficamente sobria.

Canelli, per lo spumante e il vermouth
Dal Castello di Moasca si scende a Canelli, cioè il paese dei Gancia e dei Riccadonna, il centro dello spumante “metodo classico” e del vermouth. In un’area di meno due chilometri in linea d’aria si possono vedere i magazzini della Riccadonna e più sopra le case e le cantine sotterranee nella collina della famiglia Coppo; di là dalla strada c’è la villa e la casa di produzione della famiglia Contratto e sopra, in cima al colle, c’è il Castello dei Gancia.
A Canelli si coltiva ancora l’uva per lo spumante. Qui, a metà Ottocento, il conte Carlo Gancia sperimenta il metodo classico cui applica delle semplificazioni, interrompendo la fermentazione per velocizzare i tempi di produzione.
L’azienda Coppo si sviluppa invece lungo tutta la strada per Alba e Roberto Coppo ci guida negli oltre 4mila metri quadrati delle cantine più belle del Piemonte. Sono cantine sotterranee scavate sotto la montagna dal nonno e dai genitori della nonna. Sono grotte create a furia di picconate nella pietra del monte, spaccando appunto la roccia di tufo e costruendoci intorno delle volte a mattoni. Sono molto suggestive, tanto che (insieme a quelle di Contratto) sono le uniche sotto la montagna e fanno parte del Patrimonio Unesco Paesaggio vitivinicolo del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato, riconosciuto nel 2014.
Roberto Coppo spiega con dettaglio ed enfasi la storia della famiglia, perché sa che se devi raccontare un prodotto la cosa che incanta di più non è proprio la percentuale dei componenti la ricetta di quel vino o di quello spumante, ma le avventure degli uomini che hanno ideato, hanno sofferto e hanno lottato per fare al meglio quel vino o quello spumante. Alla fine della visita si assaggia A Licia, uno spumante “metodo classico” un po’ invecchiato e la gradevolezza è infinita. La Signora Licia era la mamma di Roberto, una toscana di Pisa che aveva conosciuto il babbo a Pitigliano, in Maremma: donna di grande carattere, come questo vino spumante che la omaggia. Molto buono è anche lo chardonnay Costebianche, decisamente mai fuori posto come bianco per accompagnare pesce o la cucina vegetariana. E decisamente sopra le righe il Panettone Coppo che fanno preparare a un produttore artigianale lombardo, usando come base alcolica il loro moscato.

Nizza Monferrato e il Palio di Asti
Il centro vitale di tutto questo rinascimento del Monferrato e il Comune di Nizza e su tutti l’assessore Marco Lovisolo che con grande umiltà e simpatia, riconoscenza verso la tradizione del territorio e grande attenzione all’eredità da trasmettere alle nuove generazioni riesce a tenere tutto insieme nelle sue parole sempre accorte, tranne quando si lascia andare ai racconti del Palio di Asti, occupando per una decina di minuti l’ufficio del Sindaco che si vede invasa la stanza perché il suo assessore vuole mostrarci il Palio conquistato recentemente.
Dovete sapere che Nizza Monferrato ha riportato soltanto due vittorie al Palio di Asti, una nel 1986 e una nel 2016. Ma la cosa cabalisticamente pazzesca è che il 1986 è l’anno in cui è nato il Sindaco di Nizza e il 2016 l’anno in cui è stato eletto sindaco. Mentre l’assessore nell’anno della prima vittoria aveva sei anni ed era al Palio col babbo; e suo figlio a sei anni era al Palio con lui nell’anno della seconda vittoria. Cose pazzesche!
La cena si consuma al ristorante del Belbo Da Bardon, ritenuto uno dei migliori ristoranti del Monferrato. Secondo Daniele Chiappone ed Elio Pescarmona è il primo per cantina, forse in tutto il Piemonte. E certo posso confermare che la cantina è davvero incommensurabile. Tuttavia ha lasciato molto a desiderare il cibo, con un bollito impiattato in cucina, senza avere la possibilità di scegliere – come usa in Piemonte e in Lombardia – dal carrello, e altrettanto i tagliolini al tartufo bianco che sono stracotti e troppo liquidi di burro.

Museo Bersano della Contadinerie
Di fronte alla stazione ferroviaria di Nizza Monferrato c’è il Palazzo Bersano, luogo storico di una delle famiglie che più di altre hanno dato lustro a questa città nel settore culturale, oltre che vitivinicolo. Infatti Arturo Bersano ha dato vita a un museo degli oggetti contadini ed enologici, ma anche alla Confraternità della Bagna Cauda che negli anni passati organizzava il Premio Paisan Vignaiolo che celebrava ogni anno una cena con un grande artista o intellettuale. Sono passati di qui Umberto Eco, Giovanni Arpino, Massimo Gramellini, Ferruccio De Bortoli e molti altri.
Nella casa avita l’attuale enologo dell’azienda vitivinicola Bersano, Roberto Morsinotto, ci guida nella stamperia, cioè una serie di stanze le cui pareti sono colme di stampe di ogni epoca, la maggior parte riferite alla gastronomia, al vino e all’arte della vinificazione.
Poi, col direttore di Bersano Vini (una delle maggiori aziende vitivinicole del Piemonte), visitiamo il museo contadino all’aperto dove sono raccolti macchine a vapore per la mietitura e la trebbiatura, torchi, basti, carri, attrezzi degli artigiani e una grossa locomotiva a vapore.
Ovunque ci si volti da queste parti del Monferrato tutto parla di vino e di una passione che tiene ancora questa gente attaccata a queste colline, a questi terreni argillosi.

Lode al vino
E quindi potremmo concludere con le parole di un intellettuale d’altri tempi, tal Michele Psello bizantino che attorno agli inizi del Mille scrisse una “Laus vini” che era un encomio assoluto: “una sola cosa dirò tra le altre, quella più importante e incontestabile da parte degli stessi scettici: niente in assoluto è migliore del vino né equivalente a esso, rappresentando il sangue divino nei mistici sacrifici, la purificazione dal peccato e la salvezza di tutto il cosmo”. A Nizza Monferrato per ora il vino è servito a qualcosa di più semplice che a salvare il cosmo. Tipo a mantenere coesa una comunità, dare lavoro e guadagni e attrarre un po’ di turisti in più e di questi tempi non è davvero poco. Anzi, sembra anche questo un miracolo di vino.

Nizza Monferrato: quando il vino diventa patrimonio Unesco