IL NIZZA

di Flavia Rendina

In concomitanza con l’apparizione sui mercati delle prime
bottiglie recanti in etichetta la dicitura Nizza DOCG, un viaggio
alla scoperta di questa piccola area d’eccellenza vinicola

La regione del Monferrato si sviluppa
nella parte centro-orientale del Piemonte,
territorio di natura perlopiù collinare,
delineato dal fiume Po, a nord; dall’Appennino
ligure, al confine con le province
di Genova e di Savona, a sud; Langhe
e Roero, a ovest, e Lomellina lombarda,
in provincia di Pavia, a est. Qui, come in
molte altre aree del Piemonte, la viticoltura
si lega a tal punto al territorio e alla
vita socio-economica dei suoi abitanti da
costituire un unicuum di natura, cultura e
tradizioni, che ha giustamente indotto l’UNESCO,
il 22 giugno 2014, ad includere
il Monferrato, assieme a Langhe, Roero e
Valtellina, nella lista dei Patrimoni Mondiali
dell’Umanità.
Il Monferrato si divide a sua volta in tre
aree: l’Alto Monferrato, tra la Val Bormida
e l’Appennino Ligure, attorno ad
Acqui Terme; il Basso Monferrato o Casalese,
tra i fiumi Po e Tanaro, in provincia
di Alessandria, e il Basso Monferrato
Astigiano, tra il fiume Belbo e il torrente
Versa, area anticamente denominata Astesana,
nella provincia di Asti. Il nostro itinerario
si sviluppa proprio all’interno di
quest’ultima area, alla scoperta della giovane
denominazione Nizza, che prende il
nome da Nizza Monferrato, piccolo paese
attorno al quale si sviluppa la viticoltura
d’eccellenza del Barbera, vitigno diffuso
un po’ in tutto il Piemonte ma che qui trova
le condizioni pedoclimatiche ideali per
la produzione di un rosso dal carattere deciso
ed intenso: il Nizza DOCG.

Il Vitigno, il Vino
e la denominazione

Originario del Monferrato, dove è coltivato
prevalentemente nelle province di Asti
e Alessandria, il Barbera è uno dei vitigni
più rappresentativi del Piemonte, con una
superficie vitata complessiva di 13.900 ettari
(dati Istat, 2010) e un volume di vini
a denominazione di origine pari a 386mila
ettolitri (dati Federdoc, 2013). Caratterizzato
da grappolo di media grandezza, per
lo più piramidale e piuttosto sciolto, con
acini medi, ellissoidali, dalla buccia molto
pruinosa di colore blu intenso, il Barbera
(chiamato dai piemontesi “la” Barbera)
regala vini che, pur differenziandosi
in base alle caratteristiche del terreno,
sono accomunati da colore rosso rubino
(tendente al granato in invecchiamento) e
profumo intenso, fruttato, talvolta vinoso,
da cui emergono la ciliegia, la prugna e le
note balsamiche, speziate e floreali, che
con l’affinamento in legno evolvono verso
toni di cannella e cioccolato. Il gusto è
pieno e caldo, con finale fresco e asciutto,
ingentilito dall’eventuale affinamento in
botte, in grado di regalare al vino complessità,
eleganza, tannini vellutati e lunga
persistenza.
Il vitigno, secondo alcuni, raggiunge la
sua massima espressione produttiva nella
denominazione Barbera d’Asti, DOC dal
1970 e DOCG dal 2008, che comprende
169 comuni, di cui 118 in provincia di Asti
e 51 in provincia di Alessandria. Si trat-

vitigno

ta, per valore, della quarta denominazione
del Piemonte, con un volume produttivo
di 227mila ettolitri, in graduale crescita
dal 2008 al 2013 del 5% circa (dati Federdoc,
2014).
Ma veniamo alla neonata denominazione
Nizza. Storicamente considerata tra le
zone più vocate per il vino Barbera, negli
anni Novanta, i produttori fecero richiesta
per il riconoscimento di Nizza come “sottozona”
della Barbera d’Asti DOC Superiore,
arrivato nel 2000 (D.M. 13/10/2000)
anche per le sottozone Tinella e Colli Astiani.
Dopo il riconoscimento nel 2008 della
Barbera d’Asti DOCG Superiore Nizza,
nel 2014 (D.M. 19/11/2014) nasce finalmente
la DOCG Nizza, che eleva la sottozona
a denominazione a sé stante, con la
possibilità di aggiungere la tipologia “Riserva”
e la menzione “Vigna”. In base alle
superfici iscritte all’albo (circa 159 Ha) e
alle superfici rivendicate nell’ambito dei

18 comuni appartenenti alla denominazione
situati intorno a Nizza Monferrato, il
potenziale teorico di produzione odierno
raggiungerebbe i 7.790 ettolitri, pari a un
milione circa di bottiglie. In ogni caso, le
prime bottiglie recanti in etichetta la dicitura
Nizza DOCG non appariranno sui
mercati fino a luglio 2016, quando si concluderà
il periodo di invecchiamento minimo
(18 mesi, che sale a 30 per la Riserva e
la Riserva Vigna), previsto dal disciplinare
per “Nizza” e “Nizza Vigna”.
Prodotto secondo un disciplinare molto rigido
sul piano colturale ed enologico, che
prevede l’utilizzo in purezza della varietà e
persino il controllo della giacitura dei vigneti,
esclusivamente collinare con esposizione
da sud a sudovest–sudest, vietando i terreni
di fondovalle e quelli umidi, il Nizza si avvale
di un’ulteriore supervisione garantita
dal severo codice di autoregolamentazione
di cui si sono dotati i suoi produttori, riu-

Disciplinare
Nizza Docg (2014)
Vitigno: Barbera 100%
Tipologie: Nizza e Nizza Riserva
Condizioni ambientali
e di coltura dei vigneti:
Giacitura esclusivamente collinare
con esposizione da sud a sudovest–sudest. Forma di allevamento tradizionale
con controspalliera a vegetazione assurgente. Sistemi di potatura a Guyot o cordone speronato basso.
Densità di impianto di almeno 4000 piante per ettaro e numero di gemme mediamente non superiore a 10 per ceppo.
Vitigno:
Nizza 7 t/ha
Nizza Riserva 7 t/ha
Nizza vigna 6,3 t /ha
Nizza vigna Riserva 6,3 t/ha
Luogo di vinificazione ed imbottigliamento:
È consentito che tali operazioni
siano effettuate nell’intero territorio
delle Province di Cuneo, Asti e Alessandria.
Invecchiamento minimo:
A decorrere dal 1° gennaio successivo
alla vendemmia.
Nizza e Nizza Vigna Invecchiamento minimo 18 mesi di cui 6 mesi in legno.
Nizza Riserva e Nizza Vigna Riserva Invecchiamento minimo 30 mesi
di cui 12 mesi in legno.
Caratteristiche al consumo
Alcol:
Nizza e Nizza Riserva 13%
Nizza Vigna e Nizza Riserva Vigna 13,5%.
Non è consentito l’aumento
della gradazione alcolica
Estratto secco netto minimo: 26 g/l
Acidità totale minima: 5 g/l

niti in Associazione dal 19 novembre 2002. Il gruppo promuove, infatti, periodiche degustazioni alle quali tutti gli associati hanno l’obbligo di partecipare, presentando i propri campioni. La degustazione, rigorosamente alla cieca, è guidata a turno da uno o più soci dell’Associazione, designati dal Presidente, e ha lo scopo di accertare che i vini siano conformi agli standard della denominazione, in caso contrario il panel comunicherà

Un grappolo di Barbera
Un grappolo di Barbera


Associazione Produttori del Nizza

c/o Enoteca Regionale
via Crova 2 Nizza Monferrato AT
ilnizza.net

 

 

ai soci i miglioramenti da effettuare. L’Associazione, che ha sede nell’Enoteca Regionale Nizza, sin dagli anni Novanta punto di incontro e focolaio della rinascita del Barbera d’Asti, riunisce oggi oltre 40 produttori, accomunati dall’obiettivo di tutelare, valorizzare e promuovere il territorio e la denominazione Nizza, anche attraverso una serie di iniziative turistico-culturali: le degustazioni tematiche di Orizzonte Nizza; il premio Ambasciatore del Nizza, destinato ad un operatore che si sia distinto nella promozione della DOCG, ed infine il Seminario, che ha lo scopo di fare formazione tra gli allievi degli istituti alberghieri nazionali e internazionali su territorio e vini.

 

suolo

I SUOLI DEL NIZZA

di Giovanni Chiarle

Di formazione relativamente recente, le colline monferrine si caratterizzano per una poliedrica composizione di elementi, quali sabbie, marne argille e arenarie, in grado di caratterizzare le colture. In un’area relativamente circoscritta per dimensioni, si alternano infatti terreni collinari poveri di sostanze organiche e minerali, aridi d’estate per la pendenza che non consente di trattenere l’acqua, e terre bianche, con una cospicua presenza di limo, argilla, sassi e rocce a poca profondità, sulle quali è facile trovare conchiglie fossili: sono i tipici terreni calcareo-marnosi, di colore bianco, grigio chiaro o beige, ricchi di carbonato di calcio. Ideali per la coltivazione della vite, tali suoli permettono di produrre uve di pregio in abbondanza e, di conseguenza, vini rossi corposi e carichi di colore, capaci di mantenersi a lungo nel tempo. Un discorso a sé merita il territorio del Nizza, attualmente uno dei più interessanti nel panorama enologico piemontese, i cui suoli annoverano tra le componenti principali le marne di Sant’Agata Fossili, marne argillose grigie omogenee. Da un punto di vista geologico, si tratta di elementi “giovani”, la cui origine si può far risalire all’emersione delle terre nella Pianura Padana e alla scomparsa del mare, diffuse in tutto il Piemonte meridionale, dalle Langhe al Monferrato. Le colline del Nizza si caratterizzano poi per i loro suoli calcarei, di colore giallastro, poco evoluti a causa dell’erosione naturale e del continuo rimescolamento degli orizzonti per le lavorazioni. Sono poveri di sostanze organiche e minerali, aridi d’estate per altitudine, pendenza ed esposizione, che fanno sì che l’acqua sia scarsamente trattenuta e, di conseguenza, i grappoli di uva concentrino gli zuccheri e gli altri componenti, indispensabili per l’ottenimento di un buon vino.

 

cartina

 

Gastronomia e prodotti tipici

Saporita ed elaborata, oggi la cucina del
Monferrato, come la piemontese tutta,
lega insieme quelle due opposte tradizioni
culinarie che l’hanno percorsa nei secoli e
che hanno visto contrapporsi, da un lato,
la cucina povera delle campagne, fatta di
ingredienti semplici e di facile reperibilità,
dall’altro, quella ricca ed elaborata delle
città e delle corti, d’ispirazione francese
e a base di prodotti ricercati, ancora oggi
parte della gastronomia d’elite. Tartufi, funghi,
paste all’uovo e ripiene (come tajarin,
agnolotti, ravioli), risotti, fondute e flan di
formaggio, oltre all’opulenza di brasati,
del fritto misto alla piemontese e del gran
bollito misto, a base di carne della pregiata
Razza Piemontese, sono solo alcuni esempi
di alta cucina delle tavole più abbienti. Ma
a costituire lo “zoccolo duro” della cucina
tradizionale del Monferrato sono le ricette
di origine contadina, che la accomunano
alle vicine tradizioni ligure, lombarda ed
emiliana, frutto della capacità delle classi
popolari di reinventare e nobilitare la materia
prima più umile, come ad esempio le
frattaglie, le rigaglie di pollo e i tagli meno
pregiati di carne di bue e di maiale, utilizzate
ad esempio nella preparazione della
finanziera piemontese, degli zampini fritti
(batciuà) o dei salami cotti di testina, lingua
e musetto. Testimoni della creatività
popolare sono poi le tante “bagne”, salse
saporite e nutrienti, preparate con aromi
ed ingredienti semplici per accompagnare
ortaggi o semplicemente per fare da companatico
a pani (la grescia o micun) e polenta:
tra le più umili, la bagna del pòvr’òm,
con brodo, pane, aceto, scalogno e cipollotto;
la salsa dj avije (delle api), con noci
tritate e senape sciolti in miele e brodo, e
la cugnà, salsa d’uva ottenuta con mosto
cotto a lungo insieme a noci, fichi e pere.
Erano invece ottenute da ingredienti più
pregiati, quali l’olio extravergine d’oliva e

le acciughe sotto sale, frutto delle trattative
commerciali che avevano luogo lungo la via
del sale tra gli abitanti della costa ligure e
i contadini piemontesi, le tre salse piemontesi
divenute ormai appannaggio dell’intera
cucina italiana: il bagnet verd, con prezzemolo,
acciughe, aglio e olio; il bagnet ross, con
pomodori, cipolle, aglio, aceto e olio, e la
celebre bagna cauda, originaria proprio
del Monferrato. La salsa veniva preparata
a caldo in una pentola di rame o di coccio,
pestando le acciughe e una testa d’aglio per
ciascun commensale ed emulsionando con
olio. Proprio per l’eccezionalità dei suoi
ingredienti, era ritenuta una preparazione
conviviale, degna delle feste, e veniva posta
nel suo tegame, il dian, su un fornelletto al
centro della tavola, per intingervi le abbondanti
primizie provenienti dalle pianure
del Monferrato, su tutte il cardo gobbo di
Nizza Monferrato. Quest’ultimo, presente
sulle tavole monferrine sin dal Cinquecento,
è stato da poco riconosciuto Presidio
Slow Food al fine di tutelare l’attività dei
pochi cardaroli rimasti nella valle Belbo,
territorio sabbioso e alluvionale dove il
cardo trova il suo habitat ideale. L’unica
varietà insignita del Presidio è la Spadone,
la migliore e la più antica, per la cui coltura
non sono ammesse né operazioni meccaniche
né fertilizzanti chimici, erbicidi e
antiparassitari. Oltre che da intingere nella
bagna cauda, il cardo è utilizzato per farcire
ravioli, per la parmigiana, con le uova
e con la fonduta di formaggi. Sempre appannaggio
della cucina popolare erano poi
i pesci d’acqua dolce (carpe, tinche, anguille),
nobilitati attraverso la preparazione del
carpione piemontese, che consisteva nel
friggerli e poi marinarli in aceto e salvia.
In pasticceria torna ancora la contrapposizione
“di classe”. Da una parte, gli ingredienti
“ricchi”, come burro, cioccolato,
nocciole e mandorle, destinati alla preparazione
di dolci elaborati d’impronta francese,
quali il bonet alla monferrina (che
aggiungeva il cacao alla versione originale

vitigno-autunno

del budino), i baci di dama (pasticcini al burro con crema gianduia) e gli amaretti di Mombaruzzo (ricetta nata nelle cucine di casa Savoia dall’incontro tra un ragazzo mombaruzzese e una ragazza siciliana, che prevedeva l’aggiunta alla pasta di mandorle siciliane di una piccola percentuale delle armelline dell’albicocca, dal gusto amaro). Dall’altra, la pasticceria casalinga, spesso secca, da accompagnare con vino dolce, come i finocchini di Refrancore (fetta biscottata aromatizzata con semi di finocchio), la torta monferrina (con zucca, mele, amaretti e frutta secca) e la tirà di Rocchetta Tanaro (ciambella preparata per celebrare il tirági, il giorno in cui il figlio andava a “tirare” il numero per iniziare la leva). Ricetta trasversale, lo zabaione al Moscato o al Barbera, apprezzato sia nelle corti che tra il popolo per le sue virtù nutritive e la facile reperibilità degli ingredienti, il cui nome, in piemontese Sambayon, è associato al frate francescano Pasquale De Baylon, poi fatto santo, che nel XVI secolo a Torino lo prescriveva ai malati come ricostituente.

Borghi e paesi

Sono 18 i comuni che fanno parte del disciplinare del Nizza e si distribuiscono a raggiera attorno all’omonima cittadina, occupando uno dei paesaggi agricoli più suggestivi e produttivi del Bel Paese. Proprio per la loro strategicità, a partire dal Medioevo, questi originari feudi si sono trovati al centro di battaglie e spartizioni tra le famiglie nobili più potenti degli ultimi secoli, desiderose di imporre il proprio dominio su un territorio tanto prezioso. Marchesi di Incisa, Visconti, Savoia, Gonzaga, Asinari, Alessandrini, Astesi, Collaredo sono solo alcuni dei 213 nomi delle casate che governarono il Monferrato, i cui stemmi araldici sono raccolti nel Blaxonarium Casalense, il Blasonario Casalese, proveniente dall’archivio De Conti e risalente al XVIII secolo, oggi conservato presso la biblioteca Giovanni Canna di Casale Monferrato. Ad esse si deve l’edificazione (e spesso anche la distruzione) dei castelli e delle fortezze che caratterizzano ancora oggi ciascun borgo che si erge sopra le fertili valli del Monferrato astigiano. 88-

comuni-nizza

I 18 comuni della denominazione

Nizza Monferrato
Fondata nel 1225 attorno all’antica abbazia di
San Giovanni in Lanero, dagli abitanti di sette castelli circostanti sopravvissuti agli scontri tra Alessandrini e Astesi, come la Nizza francese, deve il suo nome alla dea greca Nike (Vittoria).
Da vedere, il Palazzo Comunale del XIV-XV secolo, Palazzo De Benedetti e Palazzo Crova del XVIII secolo e l’Ospedale Santo Spirito.

Agliano Terme

Fondata dai romani col nome di Aulianum, divenne nota nel medioevo grazie a Bianca Lancia, la castellana che rubò il cuore a Federico II di Svevia. Dalla loro unione nacque Manfredi, futuro re di Napoli e di Sicilia, al quale Dante dedica un passo nel Purgatorio: «lo mi volsi ver’ lui e guardail fiso: biondo era e bello e di gentile aspetto».

Belveglio

Immerso nella Valle dei Tigli, il piccolo borgo medievale si snoda tutto attorno al castello, teatro di numerose guerre, che valsero al feudo il nome

di Malamorte. Nel 1387, il paese cambiò il nome
in Belvedere, divenuto poi Belveglio nel 1806.

Bruno

Fondato forse nel IV secolo a.C. da tribù di Galli dell’acquese, col nome celtico brigodunum, che significa “colle della fortezza”, si adagia sulle prime propaggini dell’Alto Monferrato, verso le Langhe, sovrastanti la piana del Belbo.

Calamandrana

Prende il nome dalla varietà di quercia nana presente nella zona, detta in piemontese Calamandrina. Nel 1682 il conte Francesco Maria Cordara fece costruire il Castello, attorno al quale sorgono ancora oggi la chiesa di S. Giovanni delle Conche e della Concezione di Maria Vergine.

Castel Boglione

Nascosto tra le colline dell’Alto Monferrato e immerso tra i vigneti, il paese ha fatto della viticoltura il fulcro della propria economia
ed accoglie un po’ ovunque cantine e strutture connesse al mondo vinicolo. Anticamente abitato dai Liguri, la sua storia si lega fino al XVII secolo
a quella di Castelvero e Belmonte.

Castelnuovo Belbo
Nella medio-bassa valle Belbo, attraversata
dall’omonimo torrente, è stato per la sua posizione
strategica un possedimento sempre molto ambito.
Attorno all’anno Mille vi fu eretta dai marchesi
d’Incisa la fortezza, di cui rimangono resti murari
e la via del fossato. Da ammirare anche l’abside
romanico della chiesetta Madonna di San Biagio.

Castelnuovo Calcea
Per secoli “porta d’accesso” alla valle Belbo,
domina quelle terre dove in epoca medievale
si snodavano importanti percorsi commerciali
da e per la Riviera ligure. Il suo nome, di origine
romana, deriva da Castrum Novum, nuovo
accampamento, e da ad calcarias, strada rincalzata,
quale doveva essere la via romana.

Castel Rocchero
Ha origine da un presidio militare a difesa della
strada che va da Acqui in val Belbo, oggi costellata
dai filari. Le prime notizie risalgono al 967, quando
il paese è compreso fra i possedimenti di Aleramo,
la cui giurisdizione fu affidata dall’imperatore
Ottone a un vassallo, divenuto poi capostipite dei
Marchesi di Monferrato.

Cortiglione
Attraversata dal torrente Tiglione, la cittadina
sarebbe sorta nel medioevo con il nome
di Corticelle, piccola corte, rimasto in uso fino
al febbraio del 1863. Da ammirare, le rovine
del castello, l’ottocentesco palazzo comunale,
il Santuario della Madonna di Fatima e la Chiesa
di San Siro (XV secolo) con il suo campanile.

Incisa Scapaccino
Nel 1928 le fu dato il nome “Scapaccino”, per
ricordare il cittadino Giovanni Battista Scapaccino,
carabiniere e prima medaglia d’oro dell’esercito
italiano. Fonda la propria economia sull’agricoltura
(è terra d’origine del cardo Gobbo) e si divide
in cinque frazioni, tra cui Borgo Villa, che accoglie
il castello, le chiese di San Giovanni Battista
e del Carmine e la Porta di Valcalzara.

Moasca
Tra i fiumi Belbo e Nizza, da cui l’etimo ligure
“terra in mezzo alle acque”, la cittadina si sviluppa

ai resti del castello medievale e fonda
la propria economia sulla viticoltura.

Mombaruzzo
Edificata in origine accanto ad una Pieve del tardo
periodo imperiale romano, distrutto dalle guerre
poco prima dell’anno Mille, l’insediamento fu
spostato sulla rocca dove sorgerà montebarucium,
trasportando nella chiesa di S. Maria Maddalena
anche l’antico Fonte battesimale. Oggi è nota
soprattutto per la sua specialità, gli amaretti.

Mombercelli
Capoluogo della valle Tiglione, è da sempre terra
di passaggio dei viandanti, che accoglie al motto
“Hospes veniat, fugiat hostis”. Prima dell’anno
Mille, il paese fu fortificato con la costruzione
del castello e della torre.

Rocchetta Palafea
Distesa su una collina in cima alla valle Belbo, fu un
presidio militare composto da torre e castello, oggi
distrutto, che le poderose mura ricavate dai fianchi
della collina rendevano inespugnabile e per questo
molto ambito dalle famiglie nobili.

San Marzano Oliveto
Fu fondato dai romani, i quali, prima del Mille,
edificarono il castello e le sue quattro torri, ormai
scomparse. Il nome gli fu imposto per deferenza al
vescovo San Marziano, a cui, nel 1862, fu aggiunto
“Oliveto”, in ricordo della coltivazione dell’olivo ivi
praticata prima che le gelate la facessero sparire.
Vaglio Serra
Tra i fiumi Belbo e Nizza, lungo la valle che scende
da Canelli, il paese si colloca su un colle
dalla sommità vasta e piatta, che fa pensare
ad una postazione fortificata, messa a difesa
della strada romana che transitava nella vallata
del rio Marzano arrivando fino ad Asti.

Vinchio
Dal centro storico, un tempo dominato
dal castello, si apre un panorama spettacolare
sulle colline tra Langhe e Monferrato, sede
di vigneti e boschi. Qui, in località Bricco
dei Saraceni, è stata rinvenuta un’ascia litica
appartenente a tribù Celto-Liguri.

L’Assaggiatore – Itinerario del Nizza